danza Archive

Frida, Interplay, Sospiri, Caravaggio Meets Hopper


11 Set 2009
21:00



prima nazionale

Frida

Concezione e coreografia Jacqulyn Buglisi
Musica Tobias Picker, Heitor Villa-Lobos, Arvo Pärt
Luci Clifton Taylor
Costumi A. Christina Giannini
Scenografia e costume painting Debora Maché
Immagini Douglas J. Sloan, Icon Pictures
Narrazione Cynthia Adler
Danzatori Terese Capucilli, Helen Hansen, Marie Zvosec


durata 22 minuti

Interplay

Coreografia e costumi Jacqulyn Buglisi
Musica Johann Sebastian Bach, Frédéric Chopin, Alexander Nikolayevich Scriabin
Luci Jack Mehler
Danzatori Junichi Fukuda, Christina Ilisije, Helen Hansen, Kevin Predmore, So Young An, Jason Jordan, Marie Zvosec, Lauren Jaeger

durata 20 minuti

Sospiri

Coreografia e costumi Jacqulyn Buglisi
Musica Edward Elgar
Luci Clifton Taylor
Costumi A. Christina Giannini
Danzatori Katarzyna Skarpetowska, Brian McGinnis

durata 7 minuti

Caravaggio Meets Hopper

Coreografia Jacqulyn Buglisi
Musica Nino Rota, Jelly Roll Morton, John Corigliano
Luci e scenografia Jack Mehler
Costumi A. Christina Giannini
Maschere Jane Stein
Danzatori Terese Capucilli, Katarzyna Skarpetowska, Brian McGinnis, Helen Hansen, Junichi Fukuda, Marie Zvosec, Jason Jordan, So Young An, Christina Ilisije, Lauren Jaeger

durata 24 minuti

Quando, nei primi anni ’80, Martha Graham, finalmente rappacificatasi con l’Europa (che alla sua prima apparizione, negli anni ’50, l’aveva terribilmente bistrattata), in una serrata serie di tournée riportò sulle nostre scene tutto il suo patrimonio coreografico, a tramandarne la qualità e la poetica fu una memorabile compagine di danzatori capeggiati da un terzetto di strepitose protagoniste: Terese Capucilli, Christine Dakin e Jacqulyn Buglisi. A loro Miss Martha aveva affidato la sua ultima “lettera al mondo”, il compito arduo di subentrarle a incarnarne i fantasmi erotici, le creature mitiche, insomma i mille aspetti di una femminilità in perenne lotta con il proprio ego e con il mondo.  E le tre, ciascuna a suo modo,  apparvero come le più fedeli depositarie di quel verbo coreografico e stilistico, eredi e insieme traduttrici di una storia che aveva rivoluzionato la cultura di danza e che, all’epilogo della vita dell’autrice, già si preparava a tutelarne il destino futuro. Risultò una specie di abiura, così, quando la Buglisi, insieme al suo compagno Donlin Foreman – anch’egli eccellente solista della compagnia Graham – decise nel 1992, ad un anno dalla morte della Graham,  di lasciare la “Casa di Martha” (come lo stesso Foreman raccontò nel suo omonimo libro autobiografico), per creare la propria compagnia e iniziare un personale percorso teatrale. E invece le intenzioni erano proprio quelle di proteggerne e svilupparne lo spirito, ma in maniera del tutto personale e autonoma. Come infatti dichiarò Jacqulyn: “La tecnica di Miss Martha è stupendamente teatrale e fisica, un modo di muoversi espressivo come nessun altro. Parte della nostra missione è la continuazione della sua tecnica, che cerchiamo di sviluppare attraverso le nostre proprie voci.” E così, prima anche insieme alle stesse Capucilli e Dakin, poi solo con Foreman,  infine, dal 2007, tutta sola con il suo Dance Theatre, Jacqulyn Buglisi ha ostinatamente proseguito nella sua visione di una coreografia post-grahamiana, fatta di ampie ed energiche dinamiche capaci però di tradurre i singoli fremiti dell’anima. Come testimoniano i programmi presentati a Oriente Occidente ancora una volta, come già in Graham, al centro dell’ immaginario di Jacqulyn sono figure femminili, meno epiche ma non meno leggendarie: da Sarah Bernhardt (nell’assolo Against all Odds) a Frida Kahlo (Frida), e ancora – restando nell’ambito della pittura – Georgia O’Keefe, della quale si evoca la visionarietà in Red Hill.L’amata sfida a tradurre intuizioni pittoriche in affreschi in movimento è poi evidente in un titolo comeCaravaggio meets Hopper, ma soprattutto rivela ancora una volta il debito artistico di Jacqulyn all’inconfondibile uso assertivo e drammatico delle masse di Martha Graham in Requiem, considerato per altro dalla critica americana il lavoro più significativo della produzione della Buglisi.

http://www.buglisidance.org
www.youtube.com/buglisidance

The Songs of Komitas


10 Set 2009
21:00



Coreografia Natalya Kasparova
Musica Komitas/Sogomon Sogomonyan
Luci Gidal Shugayev
Costumi e scenografia Ekaterina Malinina, Valentina Serebrennikova
Produttore Vadim Kasparov
Danzatori Natalya Kasparova, Anna Ozerskaya, Ivan Belozertsev, Galina Gracheva, Konstantin Morozov, Elizaveta Babkina

durata 60 minuti

La location conta. E nascere e lavorare a San Pietroburgo/Leningrado ha la sua importanza. Perché la città nasce storicamente dalla mente imperiale di Pietro il Grande come “Finestra sull’Europa”. Non c’è da stupirsi allora se la Natalya Kasparova Dance Company, nata dalla costola del Kannon Dance Center, fondato da Natalya e Vadim Kasparov, abbia una impronta più simile a quella di una compagnia occidentale. Quindi un gruppo di danzatori, nato nel 1999, dove i ballerini hanno una formazione molteplice e programmaticamente in tutto consona a quella di artisti europei. Molto in sintonia del resto con la personale ricchezza artistica e professionale della fondatrice, perfetta rappresentante di quel tipo di Russia che dopo la caduta del regime sovietico ha deciso di recidere nettamente con la tradizione del balletto classico per aprirsi a tecniche occidentali come jazz dance e contemporaneo da sempre argomenti clandestini ai tempi sovietici.
Ecco perché il Kannon Dance Center ha un occhio attento al Jazz e al Cinema. Nel corso dell’anno organizza un festival di danza e musica Jazz; poi Kinodance un festival di danza e musica dal cinema; infine Open Look, festival estivo di danza, appuntamento fisso nei primi giorni di luglio.
La compagnia della Kasparova, è da tempo molto lanciata nel panorama internazionale ed è ospite abituale di festival e rassegne. Negli anni scorsi il gruppo di danzatori è stato chiamato a prendere parte a una messa in scena wagneriana al Teatro Mariinskij.
Ciononostante rispunta un gusto per lo specifico russo, locale, in alcuni temi affrontati dalla Kasparova. The Songs of Komitas, cioè le canzoni di Komitas è una suite di brani del  compositore armeno Komitas. Musica carica di pathos che illustra il destino tragico del popolo armeno oltre a quello personale dell’autore. Brani che evocano leggende e tradizioni dell’antico popolo caucasico, illustrate senza facili concessioni allo spettacolare, ma tenute su un piano severo, austero quasi un film espressionista in bianco e nero.

http://www.kannondance.org/

Celestial Bodies, The Other Side of The River


9 Set 2009
21:00



Celestial Bodies

prima  nazionale

Coreografia, scenografia e costumi Olga Pona
Luci Vladimir Karpov
Danzatori Maria Gerasimova, Elena Prishvitsyna, Olga Sharova, Tatiana Lumpova, Julia Abramova, Tatiana Menshenina, Vladislav Morozov, Andrey Zykov, Artem Sushchenko, Vladimir Vdovenko, Rafael Timerbakov

durata 50 minuti

The Other Side of The River<

prima  nazionale

Coreografia, scenografia, costumi Olga Pona
Musica Richard Galliano, Ryoji Ikeda, AlexanderZacepin, Anton Bagatov, AndreHornez e Henry Betti
Sound edit Olga Pona
Luci Ansgar Kluge, Vladimir Karpov
Danzatori Maria Gerasimova, Tatiana Lumpova, Olga Sharova, Vladislav Morozov, Andrey Zykov, Artem Sushchenko, Rafael Timerbakov, Vladimir Vdovenko

durata 50 minuti

È un fiore raro Olga Pona. Lontana dalle correnti globali della danza contemporanea, lontana dai temi che possono intrigare i coreografi, da sempre si confronta con il suo mondo e lo racconta con il suo linguaggio. Spesso in Russia l’originalità nasce nella profonda provincia. A Chelyabinsk, per esempio, dove ha sede la compagnia di Olga  Pona, già in Asia, appena dall’altra parte degli Urali. Lì ha fondato la sua compagnia di danza insieme a Vladimir Pona: un gruppo di 14 danzatori. Nascono così negli anni brani che sono spesso brevi, non fanno serata intera, ma esauriscono un tema senza sfilacciamenti.
The Other Side of the River, l’altra parte del fiume, è il mondo occidentale irraggiungibile negli anni dell’impero sovietico. È un brano che avanza per accumulazioni di immagini. Il coté nostalgia è affidato a un testo che racconta la difficoltà di rapporti sociali e sessuali nei tempi sovietici; segue un testo sulla traversata del fiume, che, come si diceva,  è la metafora del passaggio da Oriente a Occidente, ma anche la trasformazione della società in senso occidentale.
Celestial Bodies uno dei lavori più recenti, per undici danzatori, è piuttosto una riflessione sugli anni di lavoro della coreografa, su come ha affrontato il tema della complessità coreografica e il linguaggio gestuale. Troviamo qui il gusto di mettere in gioco l’abilità dei danzatori nell’affrontare diverse sfide, nel far fronte a più compiti come può capitare nella realtà russa di oggi.
Il tema russo è una costante nel catalogo della Pona. “L’attesa”, si sviluppa intorno al tema dell’aspettare, la messianica attesa comunista delle felicità in terra, di un mondo migliore, dell’amore, ma anche del bus che non arriva mai in una strada di campagna. “Www.faces.ru” è una meditazione sui tipi tradizionali russi.“Cinemania” è una tenera rievocazione dei chrusceviani anni ‘50, del benessere promesso quasi a portata di mano quando le donne si innamoravano degli attori del cinema sovietico. ”Fissando l’infinito” è un brano tutto maschile, bello e condotto con una mano matura, con sei ragazzi e due cantanti. In memoria di Evgenij Panfilov, coreografo morto ammazzato in una periferia russa pochi anni fa.

La Chambre Blanche


8 Set 2009
21:00



Coreografia Ginette Laurin
Musica Nicolas Bernier, Jacques Poulin-Denis
Luci Martin Labrecque
Costumi Jean-Yves Cadieux
Direzione tecnica André Houle
Scenografia Stéphane Roy
Assistente al guardaroba Nicole Langlois
Trucco Angelo Barsetti
Assistente alle ripetizioni Annie Gagnon
Danzatori Rémi Laurin-Ouellette, Brianna Lombardo, Chi Long, Robert Meilleur, Marie-Ève Nadeau, Gillian Seaward-Boone, Neil Sochasky, Audrey Thibodeau, Wen-Shuan Yang

Spettacolo coprodotto da Place des Arts (Montréal, Canada), National Arts Centre (Ottawa, Canada), Festival International de Nouvelle Danse (Montréal, Canada), Canada Dance Festival Northern Telecom 1992 (Ottawa, Canada), The McLean Foundation (Toronto, Canada), Danse à Lille (Lille, Francia)

durata 60 minuti

Fin  dagli anni Ottanta il Canada della danza si è imposto all’unanime attenzione con alcune personalità e creazioni ad alto tasso di audacia compositiva ed estremo virtuosismo fisico. A veicolare attenzioni, stimoli e proposte era stato inizialmente il Canada anglofono, porta di ingresso della visioni del post modern americano, a partire dalla fondamentale rivoluzione concettuale e linguistica della contact improvisation di Steve Paxton. Da lì, però, fin dagli anni ‘70 il centro di interesse si spostò rapidamente nel Canada francese grazie anche alla vitalità creativa del movimento Refus Global,  gruppo di artisti di varie discipline (danza compresa) fortemente influenzati dalla pittura surrealista francese e dalla necessità di fare emergere senza filtri le urgenze intime dell’inconscio. Indiscussa capofila coreografica del movimento era stata giudicata inizialmente Françoise Sullivan, dotata di una singolare vena espressiva dominata  dal recupero e dall’utilizzo di energie dagli echi ancestrali. Ma più che lei, a traghettare la nuova coreografia dal Québec sulla scena internazionale sono stati i suoi allievi, come Jean-Pierre Perreault e soprattutto Ginette Laurin. La quale, dopo aver collaborato anche con altri nomi emergenti della Nuova Danza Canadese – a partire da  Edouard Lock – nel 1984 ha fondato una compagnia/manifesto destinata a collocarla immediatamente tra i nomi di punta della coreografia del suo paese, O Vertigo.
Come dichiara fin dal nome, la formazione testimonia lo straordinario gusto della Laurin per la vertigine, l’attrazione del vuoto, del disequilibrio e della sospensione, a tal punto da fare della forza di gravità un concetto addirittura opinabile. Dinamiche terse, guizzanti, a tratti violente, e comunque rivelatrici e sintesi di disagi interiori, di inquietudini esistenziali, di una volontà di ribellione e di affermazione, sono i tratti che caratterizzano la sua poetica.
Ben lo dimostra La Chambre Blanche, che alla sua prima visione italiana, al Festival Intercity Canada nel 1994 fece letteralmente furore. A colpire l’immaginazione è la capacità di affidare  al corpo disciplinato, eppure autenticamente sincero, dei danzatori il compito di descrivere le diverse reazioni nate dal disagio di una condizione di claustrofobia fisica, morale, spirituale. La Camera Bianca quindi come stanza di manicomio, ma anche  carcere, o talamo nuziale, o magari solo stanza virtuale della coscienza,  insomma qualunque luogo nel quale l’individuo si mostra totalmente disarmato, arreso e intimamente fragile nelle sue paure e ansie. La vertigine, lo spiazzamento, la ricerca continuamente interrotta di un centro permanente di gravità diventano insieme elementi di una coreografia virtuosistica e strumenti di una drammaturgia del corpo che colpisce per la sua violenza evocativa.
Ripreso dall’autrice nel 2008, per celebrare i venticinque anni di attività della compagnia e rieditato con nuove luci e le nuove musiche di Nicolas Bernier e Jacques Poulin-Denis,  alla sua terza tournée mondiale La Chambre Blanche non ha perso niente della  poderosa capacità di far emergere violentemente le emozioni più represse dell’essere umano, la sua fragilità e immensa solitudine. Anzi, con la scelta dei nuovi interpreti, più che mai consapevoli del dualismo tra energia fisica e abbandono espressivo richiesto dalla pièce, questo spettacoloduro e puro si conferma insieme specchio di un momento d’oro nella recente storia della danza internazionale e un classico per il nostro tempo inquieto.

http://www.overtigo.com/

Post Engagement Diptych Part I and II


7 Set 2009
21:00



Post Engagement Diptych Part I

Coreografia e scenografia Tatiana Baganova
Musica Hervé Legrand
Luci Nina Indrikson
Costumi Svetlana Basharina
Danzatori Maria Beloborodova, Olga Sevostyanova, Anastasia Sokolova, Ekaterina Savelyeva, Anton Lavrov, Oleg Stepanov, Ravil Galimov, Ilya Romanov, Maxim Salykaev

durata 30 minuti


Post Engagement Diptych Part II

Concezione coreografia e scenografia Tatiana Baganova
Coreografia Tatiana Baganova in collaborazione con i danzatori
Musica Nikolay Sudnik, Georgiy Gurjieff, Vassilis Tsabropulos, Die anarchistische Abendunterhaltung
Luci Nina Indrikson
Costumi Tatiana Baganova, Dmitry Shirokov, Vadim Aptrakhmanov, Rustam Mustafayev
Danzatori Olga Anikeeva, Maria Beloborodova, Olga Sevostyanova, Anastasia Sokolova, Ekaterina Savelyeva, Anton Lavrov, Oleg Stepanov, Ravil Galimov, Ilya Romanov, Maxim Salykaev

durata 55 minuti

Una fantasia selvaggia. Una raffinata combinazione di lirismo e ironia. Sono le specialità di “casa Baganova” che si presenta al pubblico in due serate. Nella seconda con le sue due ultime novità Post Engagement. Diptych. Part I / II. Un programma indicativo di un percorso proprio non solo di Tatiana, ma di altri creatori russi.
Nata nella regione di Tumen, studi di danza cominciati a quattro anni e proseguiti sino alla laurea in coreografia all’Università di Mosca, presa di contatto con il “contemporaneo” attraverso master in occidente, vincitrice nel 2000 del premio internazionale di Bagnolet con Les Noces di Stravinsky, Tatiana Baganova nel 1990 ha lasciato Mosca ed è andata a fare la coreografa della compagnia Provincial Dances, a Ekaterinburg, la capitale degli Urali, a cavallo fra Europa e Asia. E in 15 anni  ha trasformato la compagnia in uno dei gruppi di punta della nuova danza russa.
Le immagini libere e liriche di Post Engagement, dalle quali non si può risalire a nessuna influenza precisa se non al mondo un po’ surreale e dada, molto sognante, della Baganova. Armadi di ferro, seggioline da pic nic, palloni bianchi, animano visivamente lo spettacolo. Uomini in calzoni  e canottiera, donne con gonnelle e berretti da fantino, musiche lente, una gestualità impostata su una accelerazione costante. Uno spettacolo che al suo apparire sulle scene moscovite ha entusiasmato pubblico e critica.

Maple Garden, Les Noces


6 Set 2009
21:00



Maple Garden

Coreografia e scenografia Tatiana Baganova
Musica Die anarchistische Abendunterhaltung, Moscow Art Trio
Luci Nina Indrikson
Costumi Olga Pautova, Victoria Mozgovaja
Danzatori Ravil Galimov, Maria Beloborodova, Olga Anikeeva, Ilya Romanov, Ekaterina Savelyeva, Maxim Salykaev, Olga Sevostyanova, Anastasia Sokolova, Oleg Stepanov

durata 30 minuti


Les Noces

Coreografia e scenografia Tatiana Baganova
Musica Igor Stravinsky
Luci Nina Indrikson
Costumi Victoria Mozgovaja
Danzatori Maria Beloborodova (la sposa), Ravil Galimov (lo sposo), Oleg Stepanov , Olga Anikeeva, Anton Lavrov, Ilya Romanov, Ekaterina Savelyeva, Maxim Salykaev, Olga Sevostyanova, Anastasia Sokolova

durata 30 minuti

Una fantasia selvaggia. Una raffinata combinazione di lirismo e ironia. Sono le specialità di “casa Baganova” che si presenta al pubblico in due serate. Nella prima con consolidati titoli di repertorio (Maple GardenLes Noces).
Nata nella regione di Tumen, studi di danza cominciati a quattro anni e proseguiti sino alla laurea in coreografia all’Università di Mosca, presa di contatto con il “contemporaneo” attraverso master in occidente, vincitrice nel 2000 del premio internazionale di Bagnolet con Les Noces di Stravinsky, Tatiana Baganova nel 1990 ha lasciato Mosca ed è andata a fare la coreografa della compagnia Provincial Dances, a Ekaterinburg, la capitale degli Urali, a cavallo fra Europa e Asia. E in 15 anni  ha trasformato la compagnia in uno dei gruppi di punta della nuova danza russa.
Eppure il primo successo di Tatiana è stato un omaggio molto speciale al mondo russo: Svadebka cioè Les Noces di Stravinsky e Bronislava Nijinska, titolo mito degli anni ‘20. Qui Tatjana ha dispiegato il suo savoir fairecoreografico intrecciando  fittamente  tradizione popolare, citazioni dal capolavoro della Nijinska. Danzatori con lunghe palandrane bianche, profondi inchini: folklore contadino che celebra le nozze come uno strappo violento della promessa sposa alla sua famiglia. E questo dramma è rappresentato dai tre personaggi principali: la vergine condotta al matrimonio come a un sacrificio, il fidanzato di prorompente sessualità e la madre, testimone addolorata.
Altro pezzo di valore Maple Garden è tutto giocato sul minimalismo dei movimenti e lo splendore delle scene che rimandano ad atmosfere notturne e fiabesche e che sembrano uscite dalla fantasia si uno Chagall degli Urali o di un Gogol siberiano.
In questo modo Baganova ha pagato il suo omaggio alla tradizione russa e si è guadagnata il biglietto per veleggiare verso nuovi lidi.

Hissy fits, Gone, Momentary Forevers, Fall, Moody Booty Blues, Rise


4 Set 2009
21:00
5 Set 2009
21:00



Hissy fits

Coreografia Dwight Rhoden
Musica Johann Sebastian Bach
Luci Michael Korsch
Costumi B&M Design
Danzatori Desmond Richardson, Patricia Hachey, Hiroko Sakakibara, Philip John Orsano, Sabra Perry, Juan Rodriguez, Natiya Kezevadze, John Henry Reid, Christina Dooling, Edgar Anido, Gary W. Jeter II

Spettacolo realizzato con il sostegno di NJPAC Alternate Routes

durata 25 minuti


Gone

Coreografia Dwight Rhoden
Musica Vera Hall
Luci Michael Korsch
Costumi DM Design
Danzatori John Henry Reid, Philip John Orsano, Joo Hwan Cho

durata 4 minuti

Momentary Forevers (estratto)

Coreografia Dwight Rhoden
Musica George Frideric Handel, John Cage
Luci Michael Korsch
Costumi Christine Darch
Danzatori Natiya Kezevadze, Juan Rodriguez

durata 6 minuti

Fall

Coreografia e musica Desmond Richardson
Luci Michael Korsch
Costumi Epperson
Danzatori Patricia Hachey, Natalia Alonso, Natiya Kezevadze

durata 6 minuti

Moody Booty Blues (estratto)

Coreografia e costumi Dwight Rhoden
Musica Roy Buchanan
Luci Nate McGaha
Danzatori Gary W. Jeter II, Edgar Anido, Simon Sliva, Christina Dooling, Hiroko Sakakibara

durata 6 minuti

Rise

(prima nazionale)

Coreografia  Dwight Rhoden
Musica U2
Luci Michael Korsch
Costumi Christine Darch
Danzatori Natalia Alonso, Edgar Anido, Joo Hwan Cho, Christina Dooling, Tommie Evans, Patricia Hachey, Gary W. Jeter II, Natiya Kezevadze, Philip John Orsano, Christie Partelow, Sabra Perry, John Henry Reid, Desmond Richardson, Juan Rodriguez, Hiroko Sakakibara, Wendy White Sasser, Simon Sliva

durata 33 minuti

Si ringrazia Sharon Callaly di Principal Management, Morleigh Steinberg e Cynthia Quinn

Lo spettacolo è dedicato a Gerald M. Appelstein

Se Arthur Mitchell, grazie al suo mentore George Balanchine, fin dagli anni ‘50 ha dimostrato al mondo intero che anche un artista di colore poteva accedere  al codice del balletto classico, trent’anni dopo un altro danzatore nero, Desmond Richardson, ha ulteriormente contribuito a infrangere le barriere tra un linguaggio della danza e l’altro e  grazie al suo talento assoluto e ad una personalità unica ha fatto della versatilità una dote essenziale del ballerino di oggi, di qualunque formazione, estrazione culturale, razza.
Arrivato alla danza professionale attraverso un percorso che dai balli vernacolari della sua famiglia d’origine (che mischia radici africane a caraibiche) è passato a quelli da club e alla videodance (come in Bad con Michael Jackson), Desmond ha a sua volta avuto due grandi maestri in Alvin Ailey e William Forsythe.
Dal primo ha appreso l’importanza della versatilità: “Se sai cantare, mi diceva, devi cantare; se sai recitare, devi recitare. Devi portare tutto questo in scena: è ciò che ti permetterà di distinguerti”.
Dal secondo non solo le tecniche di improvvisazione, ma soprattutto la capacità di unire la disciplina accademica agli impulsi dati dal proprio corpo e dalla propria mente: “ Solo i  ballerini classici – dice infatti -  sanno  mettere le loro energie al posto giusto”.
Così, ecco che nel 1997 Richardson arriva ad essere nominato Primo Ballerino dell’American Ballet Theatre – primo black nella storia della celebre compagnia classica newyorkese (dove è la star di Otello di Lubovitch, ma anche Carabosse nella Bella, oltre che primeggiare in Remanso di Duato) – salvo poi gettarsi in una nuova avventura a Broadway, come vedette della celebrazione del mitico coreografo jazz nel musical Fosse.
Quello che però rende Richardson una personalità tra le più rilevanti della scena attuale della danza è il fatto di aver messo la sua Star Quality al servizio di un’idea artistica e culturale che incarna uno dei diktat morali dell’ Americanità: trascendere le differenze e abbattere i confini.
Fondando nel 1994 con il coreografo Dwight Rhoden Complexions Contemporary Ballet, Richardson ha infatti “voluto semplicemente creare un melange di razze. Cosa che non incide sulla coreografia, o solo nella misura in cui ogni individuo può portare qualcosa di suo alla danza e questo non dipende certo dal colore della pelle, ma dalla personalità di ciascuno di noi”.
In quindici anni  di attività, Complexions ha forgiato molti straordinari danzatori, mettendo sempre l’accento sulla loro versatilità e personalità, ma anche sul naturale glamour di un gruppo di artisti dalle più diverse origini e formazioni culturali,  capaci di partecipare però alla stessa visione dell’arte della danza. Ben lo si vede dalle coreografie firmate da Rhoden e dallo stesso Richardson in cartellone a Oriente Occidente, in cui la diversità del colore della pelle, della morfologia fisica, della qualità dinamica dei vari componenti del prodigiosoensemble si trasforma in un’esaltazione continua dei valori più positivi e vitali dell’essere umano: la condivisione di un ideale comune, la medesima fede nella bellezza, la generosità e la speranza di un mondo e di un modo davvero possibile di vivere liberamente.

http://www.complexionsdance.org/

Children, I Is Memory


3 Set 2009
21:01
4 Set 2009
21:00



Children

prima assoluta
coproduzione del Festival

Coreografia Nigel Charnock
Musica Maria Callas, Brian Eno & J. Peter Schwalm, Yasar Akpence, Miles Davis, Billie Holiday, Terry Snyder, Sonny Terry & Brownie McGhee, Merja Soria, Stephen Stapleton, Michael Nyman
Luci Alain Lortie
Costumi Carré Vert
Music Editing Nigel Charnock
Assistente alle ripetizioni France Bruyère
Danzatori Louise Lecavalier, Patrick Lamothe

Spettacolo coprodotto da  Oriente Occidente (Rovereto), Tanzhaus nrw (Düsseldorf), National Arts Centre (Ottawa), Harbourfront Centre (Toronto), Brian Webb Dance Company (Edmonton), Dance Victoria (Victoria), CanDance Network, l’Usine C (Montréal) e Atmo Productions (North Hatley)

durata 50 minuti

“I” Is Memory

Coreografia Benoît Lachambre
Musica originale Laurent Maslé
Luci Jean-Philippe Trépanier
Costumi  e scena Louis-Philippe Saint-Arnault
Assistente alle ripetizioni France Bruyère
Danzatrice Louise Lecavalier

Spettacolo realizzato con il sostegno di STEPS #10 (Svizzera), Théâtre de la Ville (Parigi), Tanz im August – Internationales Tanzfest (Berlino), Aarhus Festuge (Aarhus), Centre national des Arts (Ottawa), L’Usine C (Montréal) in partnership con i teatri del Québec

durata 45 minuti

Louise Lecavalier è sostenuta da Conseil des arts et des lettres du Québec e The Canada Council for the Arts

Quando negli anni ’80, sulla scena coreografica canadese e poi internazionale, irruppe la forza iconoclasta ehard chic dei La La La Human Steps di Edouard Lock, è stata  lei a incarnare, letteralmente, la straordinaria capacità innovativa del linguaggio fisico del gruppo.
Capelli lunghissimi, giallo stoppa, corpo muscoloso e tiratissimo – un’amazzone più che una silfide – Louise Lecavalier saettava in guizzi orizzontali e si abbatteva contro il partner, pronta a vendicarsi dei soprusi maschili con una fisicità violenta e soffocante, capace di spiazzare continuamente il compagno e noi spettatori con imprevedibili scarti di spazio e di ritmo. Qualcuno rammenterà ancora l’impatto sconvolgente e abbacinante, di questa danza immortalata nei video di David Bowie o nel film di Kathryn Bigelow Strange Daysperfetta espressione di questi tempi schizzati e alienanti, dove i chiaroscuri dei sentimenti lasciano il posto a una brutalità cruda e senza via di scampo.
Ritiratasi nel 1999 dalla compagnia di Lock per concentrarsi sulla sua vita privata (e dare al mondo due bambine) Louise gambe di fuoco ha vissuto questa intimità anche come una specie di palingenesi artistica che le ha consentito di ripresentarsi poi sulla scena per progetti legati alle sue nuove esigenze artistiche ed espressive.
Più esile, con i capelli tornati ad un colore naturale e con una fisicità più attenta al dettaglio minimo, piuttosto che all’antica esplosione energetica, Louise ha iniziato a collaborare con altri importanti autori della scena canadese contemporanea, prediligendo una linea di ricerca maggiormente attenta all’ascolto del corpo e alla forza evocativa della sottrazione delle energie.
Ben lo si vede in “I’ Is Memory, solo arduo e davvero esigentissimo, firmato dal coreografo concettuale Benoît Lachambre, nel quale la Lecavalier arriva addirittura a perdere la propria struttura portante, facendosi solo massa muscolare che si “scioglie” dentro una tuta da jogging che ne amplifica l’incredibile perdita di corporeità, in un gioco di tensioni e dominio del corpo di poderosa forza ipnotica.
A questo si contrappone – presentato qui in prima assoluta - Children, una creazione firmata da Nigel Charnock, il turbinoso metteur en danse e fondatore dei DV8.
Primo step di un nuovo percorso interpretativo per la Lecavalier, questa piéce promette di condensare tutti i temi “feticcio” dell’irrequieto artista britannico, capace di miscelare i diversi idiomi del corpo (voce compresa) per interpretare la propria visione della condizione umana. Ma soprattutto promette di rivelarci un ulteriore aspetto di una delle artiste della danza che hanno maggiormente stimolato l’immaginario collettivo degli ultimi venti anni e che, con grande intelligenza, ha saputo evolversi e innovarsi, mantenendo però quella sua specialeStar Quality che la fece paragonare al suo apparire niente meno che a Nijinsky.

Sanballa: Danze Popolari Russe


18 Giu 2009
21:30